La Politica Economica Globale nell’Era dell’Improvvisazione
La
politica economica globale sembra oggi sospesa in una dimensione
surreale, dove decisioni che muovono trilioni di dollari appaiono
scarabocchiate su un blocco note, in attesa di essere spuntate da una
lista delle cose da fare. E non si tratta di una metafora: venerdì
scorso, mentre una corte d’appello federale ordinava
all’amministrazione Trump di fermare la costruzione di una sala da
ballo da 400 milioni di dollari al posto dell’ala est della Casa
Bianca – un progetto per cui qualcuno aveva già acquistato lo
smoking – il segretario al Tesoro Scott Bessent riuniva il
gabinetto a Camp David con un foglio ben visibile ai fotografi. C’era
scritto, in bella vista: “Da
fare: sostenere lo yen”.
Chi ha lavorato con George Soros sa che i segnali contano quanto le azioni. Bessent, veterano delle scommesse valutarie di Wall Street, non stava dando un ordine operativo, ma lanciando un messaggio ai mercati. E il mercato ha risposto. Tra il 30 e il 31 luglio, Giappone e Stati Uniti hanno orchestrato un intervento congiunto da circa 87 miliardi di dollari per risollevare la valuta nipponica dai minimi quarantennali. I numeri, però, raccontano una storia più sfumata rispetto all’appunto: dei fondi mobilitati, circa 53 miliardi li ha spesi la Bank of Japan il primo giorno, altri 34 il secondo. Washington non ha comprato yen direttamente; ha venduto euro per sostenere l’alleato, cogliendo di sorpresa persino la Banca Centrale Europea, informata solo a operazione conclusa.
Dietro la solidarietà dichiarata si nasconde un calcolo preciso. Uno yen debole non è solo un vantaggio competitivo per Tokyo: è una minaccia latente per il debito americano. Il Giappone è il maggiore detentore di titoli del Tesoro USA; se fosse costretto a venderli per difendere la propria moneta, i tassi d’interesse americani schizzerebbero verso l’alto. L’intervento, dunque, era un atto di interesse nazionale travestito da gesto diplomatico. Ma la volatilità non perdona: nel 2026 i mercati hanno già registrato 33 giorni con oscillazioni superiori al 5%, trasformando la Corea del Sud in un investimento ad alto rischio e lasciando il Giappone intrappolato in un paradosso crudele. L’economia “miracolosa” degli anni Ottanta, dopo decenni di deflazione, soffre ora di un’inflazione alimentata proprio dai tassi bassi che avevano svalutato la sua moneta.
Se la politica monetaria si riduce a un appunto esibito, la spesa pubblica globale procede senza alcun foglio di istruzioni. L’aumento degli investimenti nella difesa sta spingendo i governi di tutto il mondo a ignorare i segnali inflazionistici che imporrebbero prudenza. L’Indonesia vacilla sotto il peso di programmi troppo ambiziosi, ma dall’Asia arrivano anche storie di resilienza. Il Vietnam, nonostante fosse nel mirino dei dazi trumpiani durante il “Giorno della Liberazione” dello scorso anno, cresce all’8% annuo e il suo presidente To Lam è in visita in Australia. Malesia e Singapore, pur colpite dalle barriere tariffarie, prosperano grazie alla loro posizione strategica nell’hardware informatico. Persino la Corea del Sud, malgrado la dipendenza energetica e il rincaro di petrolio e gas dovuto al conflitto mediorientale, dovrebbe beneficiare di questo slancio. Il FMI conferma: l’Asia resta il motore del mondo, con India e Cina a generare il 70% della crescita globale.
Se in Asia la crescita resiste nonostante le tensioni, nel Golfo Persico economia e guerra si sono ormai fuse in un unico fronte. Venerdì, alla Mecca, Arabia Saudita, Pakistan e Turchia hanno firmato un patto di difesa congiunta: un attacco contro uno sarà considerato un attacco contro tutti. È la risposta di un blocco regionale alla conflagrazione esplosa dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele a obiettivi iraniani il 28 febbraio, che ha innescato rappresaglie missilistiche contro gli stati del Golfo e il blocco delle forniture energetiche. Gli Houthi colpiscono in Yemen e contro civili sauditi, mentre Teheran cerca di chiudere lo Stretto di Hormuz alle navi americane e israeliane. In questo scacchiere, l’Iran sta consolidando un accordo separato con l’Oman, il cui testo definitivo attende ancora l’approvazione dei vertici decisionali. È un riallineamento strategico che riflette, per intensità e portata regionale, le grandi fratture geopolitiche del passato.
Di fronte a decisioni prese su blocchi note e alleanze forgiate nell’urgenza, torna alla mente l’undicesima tesi di Marx, incisa sulla sua lapide ad Highgate: «I filosofi hanno solo interpretato il mondo in vari modi; il punto però è cambiarlo». Era una sfida alla civetta di Minerva di Hegel, che «si alza in volo solo quando cala la notte», ovvero quando la storia è già compiuta. Oggi la politica economica globale agisce con fretta, prima del calar della sera, ma senza la saggezza necessaria per comprendere ciò che sta davvero cambiando. Le voci sulla lista vengono spuntate in rapida sequenza, ma il mondo che ne risulta somiglia sempre meno a quello che si credeva di poter governare.
Analista dei Flussi Globali
Scritto tra le vette della stabilità e le correnti della crescita asiatica.